Impatti ambientali e sociali della produzione intensiva di carni.

 

Il consumo annuo di carne procapite in Europa si aggira intorno ai 98 chilogrammi. In Italia il dato è leggermente più basso della media europea, raggiungendo circa i 95 chili a persona. Di questi quasi 40 sono di carne suina.

Nel mondo le tipologie di allevamento sono molte e diverse tra loro. Fattori come il clima, la conformazione dei terreni, la disponibilità di risorse – ma anche elementi come le culture e le economie locali – fanno assumere ai sistemi di allevamento forme diverse sia per dimensione, sia per tipologia di tecniche utilizzate. Negli ultimi decenni si sono andate tuttavia affermando a livello globale gli allevamenti intensivi, che facendo leva su logiche industriali e agendo su vasta scala, sviluppano tecniche standardizzate atte ad abbattere costi e tempi di produzione. Le tecniche di allevamento intensivo vengono adattate e applicate alla produzione di carne, latte e uova. Un esempio paradigmatico di come il modello di produzione intensivo possa essere invasivo rispetto alle economie locali e all’allevamento tradizionale, è costituito dalla multinazionale statunitense Smithfield Foods. Smithfield Foods è una grande corporation che con 27 milioni di suini lavorati ogni anno ed un fatturato di 12 miliardi di dollari, è senza dubbio l’azienda leader mondiale in fatto di produzione e trasformazione di carni suine. Tra le particolarità di Smithfield Foods c’è il fatto d’aver concentrato nelle proprie mani l’intera filiera della carne: dall’allevamento alla macellazione, dalla trasformazione al confezionamento. La compagnia vanta stabilimenti in 26 degli stati uniti, ma è presente anche in Brasile , Cina , Francia , Messico , Polonia , Romania , Spagna , Regno Unito. I prezzi della carne suina, grazie ai metodi di allevamento intensivo applicati da Smithfield Foods come da altre grandi imprese, sono scesi sensibilmente – fino ad un quinto negli Stati Uniti – modificando radicalmente il mercato. Purtroppo non senza dei costi sociali e ambientali importanti. Come ci spiega Marek Kryda, Presidente della Indigena Foundation Polonia, una delle conseguenze fondamentali dell’arrivo di Smithfield in Polonia, ad esempio, è stato l’inquinamento del territorio tramite lo scarico dei liquami dei maiali. In Polonia infatti, grazie a una legislazione molto più permissiva di quella in vigore negli stati uniti, è possibile scaricare i liquami direttamente nel terreno.

La produzione intensiva di carne è strettamente interconnessa con la grande distribuzione, con la quale condivide obiettivi e modalità. Con il risultato di alterare il mercato, tanto dal punto di vista dei consumatori quanto da quello dei produttori tradizionali. Un tema che interroga direttamente i concetti di democrazia, diritti dei lavoratori, salute, accesso alle risorse, salvaguardia dell’ambiente e dei territori.

Contributi:
-Cesare Frabetti, azienda agricola Il Corniolo
-Alessandro Poretti, azienda agricola Valli Unite
-Ottavio Rube, azienda agricola Valli Unite
-Todor Slavov, ONG Za Zemiata (Bulgaria)
-Gianluca Galassi, Facoltà di Zootecnia – Università di Milano
-Marek Kryda, Presidente della Indigena Foundation, Polonia
-Interviste tratte dal documentario Pig Business

Maiali in serie è uno speciale radiofonico realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata di Sofia e Protect the Future di Budapest.

Evros, Greece, April 2011

How to build a border is the story of a journey along the border. A journey that
takes us from the far East all the way to the European Union. It could have taken
place anywhere, in fact it’s just one of the many stories that could be told of our
time.

What’s the name of this place?” “Where's the train station ?”
Just call me Rockstar”.

Evros is just one of the many dots alongthe frontier, neither inside nor outside,
since the body has became the very frontier. The only certain thing is what you
have been in the past, the slippery present is a series of few clear rules and many
 obstacles, detention centers, procedures, vans, medical shots, finger prints.

The voices and their experiences rebuild the frontier for us. They are the voices of Rockstar, an Afghan
refugee who used to work with the Americans, Marianna Tzeferakou, a Greek lawyer who is working with
 refugees and Giorgios Salamankas, the chief of the Orestiada police directorate.

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How to build a border was realized by Ciro Colonna and Elise Melot and produced
 by Amisnet Radio Agency, Italy.

Music by Francesco Cartocci

Thanks to Marzia, Emma, Sarah and to all those we met along the border,
specifically to Katerina, Marianna and Salinia.
 

 


 


Come la finanza gioca sui prezzi del cibo

Dopo il crack dei mutui subprime è diventato uno dei settori più proficui per la grande finanza. Speculare sui prezzi delle materie prime è un’attività cresciuta enormemente negli ultimi anni arrivando oggi a spostare diversi miliardi di dollari ogni giorno. Solo nei primi 50 giorni del 2008 si spesero in questo genere di speculazioni 55 miliardi di dollari, ma il valore, secondo le stime, è oggi di gran lunga maggiore. Petrolio, oro, zinco, cacao, caffé, mais … le speculazioni sulle materie prime sono delle autentiche scommesse,  i loro effetti sull’economia reale rischiano però di diventare sempre più devastanti. E’ quanto accade in un settore vitale come quello dei generi alimentari, dove le speculazioni sono ormai riconosciute come una delle principali cause dell’aumento dei prezzi del cibo. Fino a 20 anni fa esistevano una serie di regole per evitare che la finanza prendesse il sopravvento arrivando a incidere su settori vitali per le popolazioni. Poi però sono arrivate le deregolamentazioni..

A cura di Andrea Cocco, Ciro Colonna

Il Banchetto delle speculazioni è uno speciale radiofonico realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata (For the Earth) di Sofia e Protect the Future di Budapest.

Dall’Egitto a Israele, dalla Grecia all’Italia. “Attraverso il deserto e il mare” è il racconto di viaggio di due delle rotte più battute dai migranti che si muovono lungo le coste del Mediterraneo. Nell’audio-documentario sono raccolte le voci dei protagonisti di questi lunghi e pericolosi viaggi.

Oggi in Israele vivono circa trentamila profughi. Provengono dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan o dal Darfur. Il loro viaggio, fatto di incontri, pericoli e scelte fortuite, li ha portati in questa terra medio orientale. Hanno dovuto oltrepassare di nascosto la frontiera che separa l’Egitto da Israele, attraversando il deserto del Sinai. Alcune organizzazioni israeliane che si battono per i diritti dei profughi, come Physician for Human Rights e Hotline for migrants workers, dopo numerosi colloqui sono riuscite a ricostruire la realtà dei campi nel deserto egiziano, all’interno dei quali i passeurs, spesso beduini, tengono segregati i migranti. Lunghi periodi senza cibo e acqua, torture, violenze sessuali, sparizioni.

Molti dei rifugiati che si sono mossi verso Israele avevano prima tentato di raggiungere l’Europa passando dalla Libia, ma non c’erano riusciti, a causa di un accordo tra l’Italia e la Libia, con cui l’Italia ha respinto migliaia di migranti sulle coste nordafricane. Altri invece hanno tentato di entrare nel vecchio continente passando dalla Turchia e poi dalla Grecia. Nella penisola ellenica oggi vive più di un milione di migranti. Agli afgani, iracheni, pachistani e iraniani negli ultimi anni si sono aggiunti migliaia di africani. La maggior parte di loro considera il paese solo una terra di passaggio, una porta di accesso alla “vera Europa”, che cerca di raggiungere in tutti i modi. La rotta più battuta è quella dell’attraversamento dell’Adriatico, ma ad Ancona, così come a Venezia, a Bari e a Brindisi, è difficile sottrarsi ai controlli della polizia. I porti sono blindati e spesso chi arriva è respinto nel porto greco da cui è partito, che è anch’esso altamente sorvegliato.
La frustrazione dei migranti che vedono svanire la speranza di partire giorno dopo giorno è sempre più forte e sono frequenti i tentativi di fughe disperate, ad esempio a piedi, attraverso l’Albania.

Questo documentario fa parte di un progetto realizzato con il sostegno della Anna Lindh Foundation, da Amisnet, Active Vision e Servizio Civile Internazionale.

Le testimonianze sono quelle di Habtum, Kabdum, i ragazzi della collina di Igoumenitsa, Polixeni Andreadou, l’associazione Kinisi, l’associazione Diktio, l’Ambasciata dei diritti delle Marche, Najibullah, Youssef, Ali.

Grazie a Ali (Laboratorio 53), Anna Maria Giordano e Maria Angela Spitella per averci prestato le loro voci.

Nel 1962 il nucleo originario dell’Unione europea dà vita alla Politica Agricola Comune (PAC), una strategia che nel corso degli anni sarà destinata a cambiare radicalmente il volto dell’agricoltura in Europa. Il suo originario obiettivo era quello di assicurare sufficienti approvvigionamenti per la popolazione europea e di uscire così dal periodo buio del dopo guerra. Raggiunto lo scopo nel giro di pochi anni, le politiche si Bruxelles non si sono però fermate e, guidate dall’ossessione di perdere terreno nell’economia globale, hanno continuato a sostenere le grandi produzioni e l’industrializzazione dei processi produttivi. Dagli anni 70 fino ad arrivare ad oggi gli effetti collaterali di questa strategia non hanno fatto che crescere, contribuendo da un lato alla scomparsa di una miriade di piccole aziende a conduzione familiare e dall’altro alla sovrapproduzione di generi alimentari, che una volta rimasti invenduti vengono distrutti o destinati al mercato internazionale. Nel novembre del 2010 la Commissione europea ha presentato la bozza per una riforma della Pac aprendo per la prima volta uno spiraglio alle proposte dei piccoli produttori. Un ripensamento o una riforma di facciata? le opinioni tra le associazioni di piccoli produttori si dividono. Quello che è sicuro è una volta che entrerà in vigore, nel 2013, la nuova Pac resterà in piedi almeno fino al 2020. Un periodo che sarebbe più che sufficiente a cambiare rotta con importanti conseguenze non solo per i coltivatori europei ma anche per l’agricoltura globale.

 Lo speciale è stato realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata (For the Earth) di Sofia e Protect the Future di Budapest.

La corsa ai terreni fertili del sud del mondo
pnv Si dice land grabbing, letteralmente accaparramento di terre, e consiste nell’acquisto o affitto di intere porzioni di territori di stati africani, asiatici e sudamericani da parte di altri stati o di investitori privati. Un fenomeno che negli ultimi anni ha visto una crescita impetuosa, soprattutto a partire dal 2008 quando, con il crack dei subprimes e la crisi finanziaria, enormi quantità di capitali si sono spostati verso investimenti più sicuri. La terra è diventato un asset finanziario su cui istituti di credito, agenzie specializzate e speculatori hanno iniziato a giocare al rialzo e al ribasso. Insieme a loro ci sono però anche i governi di diversi stati, interessanti ai terreni dei paesi in via di sviluppo con obiettivi più concreti.
Cina, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, ma anche Libia e Svezia…. nella classifica dei più attivi compratori di terra figurano sia i paesi emergenti che gli stati industrializzati e le esigenze sono spesso diverse. La Cina, ad esempio ha bisogno di produrre alimenti per sostenere l’impetuosa crescita economica e demografica. Per i paesi del Golfo invece si tratta spesso di una scelta strategica: quella di risparmiare le esigue riserve d’acqua attingendo altrove. C’è poi chi al posto di coltivare generi alimentari si è buttao sul business dei biocombustibili.
Per tutti l’obiettivo è di trovare grandi appezzamenti di terre fertili, prezzi abbordabili e leggi permissive in materia di investimenti esteri.
Le offerte del resto non mancano. Il Sudan tanto per fare un esempio, ha ceduto alla Corea del Sud 700 mila ettari di terra, la Tanzania 500 mila all’Arabia Saudita, la Repubblica Democratica del Congo più di 8 milioni di ettari al Sud Africa.
La caccia alle terre è un autentico business e nei prossimi anni, con la prevista crescita dei prezzi delle derrate agricole sui mercati internazionali, l’affare promette grandi guadagni a chi investe. Ne parliamo con:

Henk Hobeink, agronomo olandese della Ong GRAIN
Roberto Sensi, dell’Organizzazione non governativa MAIS
Sofia Monsalve, dell’organizzazione non governativa FIAN
Antonio Onorati, del Centro internazionale Crocevia

Cacciatori di terre è uno speciale radiofonico realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata di Sofia e Protect the Future di Budapest.

Ascesa e potere delle catene di supermercati

pnvE’ nel 1930 che in un ex garage abbandonato nel Queens a New York, nasce il primo supermercato della storia. Con una superficie di 550 metri quadrati il King Kullen supermarcket offre per la prima volta ai clienti la possibilità di fornirsi direttamente da scaffali su cui sono collocati 1000 prodotti diversi. Una vera rivoluzione anche se come spiegherà il suo fondatore, Michael Cullen, il vero punto di forza del nascente supermercato è nell’introduzione di un sistema di vendita che garantisce grandi volumi di affari e poca manodopera, in altre parole grandi profitti. Nei successivi 80 anni il supermercato si sarebbe affermato come il luogo cardine per la vendita di prodotti, a cominciare dai generi alimentari. E’ qui che negli Stati Uniti, ma anche in Europa e negli altri paesi industrializzati, viene venduta ogni giorno la maggior quantità in assoluto di beni destinati al consumo alimentare.
Un fenomeno che soprattutto negli utlimi dieci anni ha portato ad una spaventosa concentrazione di potere nelle mani di un numero ridotto di grandi aziende. Il supermecato non è oggi che l’ultimo anello di una catena che ha esteso il suo controllo dai terreni agricoli agli scaffali: la cosidetta Grande Distribuzione Organizzata.

In questo speciale radiofonico indaghiamo sull’espansione dei poteri della GDO nei confronti dei consumatori e dei produttori grazie alle interviste realizzate con:

Roberto Sensi, dell’organizzazione non governativa MAIS
Luca Colombo della Fondazione per i diritti genetici
Umberto Delussu, produttore di pane biologico
Vincenzo, agricoltore abruzzese
Antonio Onorati dell’associazione Crocevia
Xavier Montagut di Xarxa Consum Solidari
I produttori del mercatino Terra Terra

Il Pianeta in scatola è uno speciale radiofonico realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata di Sofia e Protect the Future di Budapest.

BREVE STORIA DELLA WTO E DEI SUOI EFFETTI COLLATERALI

Nel 1994 la nascita dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO) venne presentata al pubblico come un’offerta eccezionale. Solo negli Stati Uniti, sottolineò a più riprese l’allora amministrazione Clinton, l’apertura dei mercati avrebbe portato ad un guadagno netto di 1700 dollari all’anno per famiglia. Come un giocattolo difettoso, le luminarie della WTO hanno però cessato di splendere appena l’organizzazione è entrata in funzione e oggi, in piena crisi globale, sono più evidenti che mai gli effetti prodotti dalle liberalizzazioni e dall’apertura incondizionata dei mercati. In 16 anni l’organizzazione con sede a Ginevra non solo non ha portato più ricchezza e più lavoro ma ha contribuito a smantellare la capacità degli stati di cercare e perseguire soluzioni a beneficio dei propri cittadini. Le cifre sull’occupazione parlano chiaro e mostrano i dati più preoccupanti proprio nei laboratori dove le liberalizzazioni sono state spinte con maggiore impeto. E’ il caso del Messico, dove a fianco ai meccanismi del WTO vige anche il trattato di libero scambio con Stati Uniti e Canada (il NAFTA) e dove i salari, in termini reali, sono 1/5 di quanto erano trent’anni fa. E’ il caso di molti paesi africani come Costa d’avorio, Kenya, Ghana, dove interi settori produttivi sono stati chiusi a causa della concorrenza con i prodotti occidentali e anche grazie agli implacabili verdetti del tribunale della WTO.

Dalle fastose promesse degli esordi, allo stallo delle attuali trattative, passando per la battaglia di Seattle, questo speciale audio ripercorrere i passaggi salienti dell’organizzazione simbolo degli anni 90.

Lo speciale è stato realizzato con il sostegno e la partecipazione dell’organizzazione non governativa M.A.I.S. nell’ambito del progetto “Creating Coherence”, promosso insieme alle organizzazioni FairWatch di Genova, Xarxa de Consum Solidari di Barcellona, Both ENDS di Amsterdam, Za Zemiata (For the Earth) di Sofia e Protect the Future di Budapest.

pnv“Noi li chiamiamo i turchi. Questi turchi per noi non hanno un faccia, non hanno una storia. Sono solo “i turchi”. Quel giorno quelle persone erano facce, erano corpi. Piangevano, sudavano, erano uomini finalmente”.

La cronaca del 24 gennaio 2009, raccontata dagli abitanti di Lampedusa. Per un misterioso susseguirsi di eventi, i migranti rinchiusi nel Centro di primo soccorso e accoglienza dell’isola sono riusciti a scappare e a riversarsi nelle strade.

Quel giorno e’ crollata la barriera che da dieci anni divide “turchi” e isolani. Nel 2008, trentamila migranti hanno transitato per Lampedusa, senza incontrare nemmeno uno dei seimila abitanti dell’isola. Un cordone sanitario e militare mantiene a distanza le due comunita’, rendendo il “fenomeno migratorio” invisibile agli occhi degli isolani. Per una giornata Lampedusa ha smesso di essere un’ isola-carcere. Sotto gli sguardi delle forze dell’ordine, che hanno assistito senza fare nulla, lampedusani e migranti hanno ballato insieme per ore sotto la pioggia.

Questo documentario e’ stato realizzato da Marzia Coronati e Elise Melot, ha ricevuto il Premio Anello Debole 2009 per il migliore documentario radiofonico e una menzione speciale al premio RSI 2009.

pnvE’ un normale venerdi’ in Palestina e in vari villaggi della Cisgiordania ci si prepara alla consueta manifestazione contro il muro di separazione israeliano. A Bilain, come accaduto negli ultimi quattro anni, gli attivisti si sono radunati fuori la moschea e aspettano la fine della preghiera per dare inizio al corteo. Pochi chilometri piu’ a sud, nella zona di Betlemme, Fatmah Brigiah ripassa mentalmente i punti del discorso che pronuncera’ davanti ai soldati israeliani, mentre a Nialin, nord di Ramallah, i ragazzi distribuiscono cipolle per alleviare l’effetto dei gas lacrimogeni. Come tutti i venerdi’ anche gli attivisti israeliani sono in strada. Poche ore prima si erano incontrati a Tel Aviv e si erano divisi in gruppi per poter essere presenti alle manifestazioni di tutti e tre i villaggi palestinesi…

Popolare non violenta e’ un documentario radiofonico che racconta la lotta portata avanti negli ultimi cinque anni dai comitati locali in Palestina e sostenuta da attivisti israeliani e internazionali. Una lotta che, come racconta Mahmood del comitato di Al Masara, rifiuta l’uso delle armi non come una scelta tattica, ma con la convinzione che l’uso del proprio corpo e’ uno strumento molto piu’ potente di qualsiasi arsenale.

Popolare non violenta e’ il risultato di un progetto del Servizio Civile internazionale e di Amisnet, con il contributo della Anna Lindh Foundation

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